19.6.24

Sun Without The Heat - Layla McCalla

 

Durante la mia pre-adolescenza (1973/74) in Italia iniziò ad andare di moda la musica folk. La ascoltavi ovunque, pure a Canzonissima. Mi ricordo che del folk mi piacevano il Duo di Piadena e gli Inti Illimani. Oggi del folk mi piacciono gli Inti Illimani e il Duo di Piadena. Gli Steeley Span e i Fairport Convention mi facevano venire l’orchite e mi spingevano tra le braccia di Morfeo (non il calciatore) sarà per questo che non ho mai approfondito l’argomento. 

Poi finalmente negli anni 80 divenne possibile ascoltare la musica del continente africano e il Räi algerino, che poi proprio folk non erano, anche se ne avevano le basi. Successivamente negli anni ‘90 il folk sparì dai radar e divenne “musica etnica” per poi abbracciare il termine universale di “world music”. I boomer ci si buttarono a palla, io un po’ meno. 

A differenza di Battiato mi piaceva la nera africana, e pure la musica che arrivava dalla penisola arabica. Tutto questa pappurnia mi è servita da antefatto per parlarvi del disco di oggi. Leyla McCalla è newyorchese di origini haitiane, cantante e violoncellista. È folk? Si e no. C’è l’Africa della diaspora dentro e questo è un bene, c’è l’afrobeat, c’è il tropicalismo brasiliano, il folk (aridaje) il country, ci sono canzoni  meditative, c’è dentro la gioia di suonare e ci sono pure delle chitarre distorte in due brani per la gioia di noi boomer riccardoni. 

Può sembrare il classico disco modaiolo per i professionisti delle apericene, ma se lo togliamo da sotto al naso dei sibariti, spogliandolo dagli ideologismi modaioli è un album che, per dirlo con espressione folk, è “molto gustevole”, e lei è davvero molto brava. 

Boomer track: “Scaled to Survive

Boomer taste 👴👴👴

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